AI e bleisure: cosa dice davvero un sondaggio americano, e cosa manca per capire l’Italia

Hotel Management ha ripreso nelle settimane scorse i dati dell’ultimo Global Travel Confidence Index di Allianz Partners, secondo cui oltre un terzo degli americani che viaggeranno quest’estate, il 37%, sta usando o intende usare l’intelligenza artificiale per pianificare la propria vacanza, dalla scelta della destinazione ai consigli sui ristoranti, fino alla pianificazione del budget. Prima di tradurre questi dati per il nostro mercato, però, vale la pena guardare con attenzione a cosa dice davvero questo sondaggio, e soprattutto a cosa non dice.

I limiti della fonte, con onestà

Il primo limite è la provenienza: il sondaggio è stato commissionato da Allianz Partners, una compagnia che vende assicurazioni di viaggio, e realizzato da Ipsos su duemila uno adulti americani, intervistati in un’unica finestra temporale tra il 20 marzo e il 14 aprile. Non è un campione internazionale, non include l’Europa né tantomeno l’Italia, e buona parte delle domande, comprensibilmente vista la committenza, riguarda le funzionalità digitali assicurative desiderate dai viaggiatori, non il comportamento di prenotazione alberghiera. L’articolo di Hotel Management, pur pubblicato su una testata di settore alberghiero, di fatto non contiene un solo dato specifico sulla scelta dell’hotel, il che rende il titolo leggermente più ambizioso del contenuto reale.

C’è poi un dettaglio che mi ha colpita e che consiglio di guardare con la giusta dose di curiosità critica: lo stesso numero, 37%, di viaggiatori che usano l’AI per la pianificazione, è quello che avevamo già incontrato nel report di BCG sugli hotel AI-first che abbiamo commentato la settimana scorsa, dove si parlava di viaggiatori che usano assistenti AI integrati nei siti di viaggio. Le due fonti misurano cose leggermente diverse, con metodologie diverse, ma la coincidenza numerica è quantomeno degna di nota: può essere una convinzione che si sta consolidando nei dati di più fonti indipendenti, oppure il segno che certe cifre iniziano a circolare e a essere ricitate tra un report e l’altro senza verifica incrociata reale. Non ho elementi per stabilire quale delle due sia, e credo sia più onesto segnalarlo che ignorarlo.

Cosa dice il sondaggio sul bleisure, e perché è comunque interessante

Al di là dei limiti, un dato del sondaggio Allianz merita attenzione: il 28% degli americani intervistati dichiara di voler lavorare da remoto per qualche settimana durante un viaggio, e il 23% aspira a uno stile di vita da nomade digitale per diversi mesi. È la conferma, anche se solo sul mercato americano, che il bleisure non è più una nicchia per pochi consulenti in giacca e infradito, ma un comportamento diffuso che le strutture ricettive devono iniziare a considerare strutturalmente, non come eccezione.

Cosa manca, e come l’ho colmato

Qui però il sondaggio si ferma, e per un pubblico italiano serve integrare con dati del nostro mercato, che raccontano una storia per certi versi più solida di quella americana. In Italia gli smart worker hanno superato i 3,5 milioni nel 2025, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, e i lavoratori autonomi rappresentano oltre il 20% dell’occupazione totale, una quota superiore alla media europea. Sono numeri che rendono il bacino potenziale di viaggiatori bleisure italiani tutt’altro che marginale.

Un secondo dato che arricchisce il quadro riguarda le strutture extralberghiere: secondo AirDNA, nel 2025 la durata media dei soggiorni negli affitti brevi ha raggiunto quasi cinque notti, un numero in crescita che conferma come chi lavora da remoto o combina lavoro e vacanza tenda a fermarsi più a lungo rispetto al turista tradizionale. Per chi gestisce, come me, anche un appartamento in affitto breve oltre a una struttura alberghiera, questo dato non è astratto: soggiorni più lunghi significano meno ricambio, meno costi di gestione per notte e una relazione diversa con l’ospite, che vale la pena coltivare con servizi pensati apposta, non semplicemente offrendo la stessa camera con un giorno in più.

Il terzo elemento che manca completamente nel sondaggio americano, e che invece è decisivo per capire l’Italia, è il limite strutturale che frena questa opportunità: il visto italiano per nomadi digitali, introdotto per attrarre proprio questo tipo di viaggiatori internazionali, viene descritto dal quarto Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia come ancora poco efficace, ostacolato da burocrazia e regole complesse. È un promemoria utile prima di lasciarsi prendere dall’entusiasmo per i numeri di crescita del settore: l’Italia ha davanti un’opportunità concreta di destagionalizzazione e valorizzazione delle aree interne attraverso il turismo di lunga permanenza legato al lavoro da remoto, ma la sta ancora affrontando, a livello di sistema Paese, con strumenti normativi immaturi.

Cosa porto a casa per il nostro lavoro quotidiano

Il consiglio pratico che trovo più solido, incrociando il sondaggio americano con i dati italiani, riguarda le infrastrutture minime che una struttura ricettiva dovrebbe garantire per intercettare questo tipo di ospite: connessione Wi-Fi realmente affidabile, non solo dichiarata, spazi comuni utilizzabili per lavorare con calma, e flessibilità nelle condizioni di soggiorno per chi si ferma più a lungo del solito. Sono investimenti alla portata di qualunque struttura indipendente, molto più della parte sull’intelligenza artificiale che pianifica vacanze, che resta per ora un dato interessante ma circoscritto al mercato americano e da prendere con la cautela che la fonte stessa impone.

FAQ:

D: Quanto è affidabile il sondaggio Allianz Partners su AI e viaggi?
R: Il sondaggio si basa su duemilauno adulti americani, non include l’Europa, ed è stato commissionato da una compagnia assicurativa, quindi molte domande riguardano funzionalità digitali assicurative più che comportamenti di prenotazione alberghiera.

D: Quanti smart worker ci sono in Italia?
R: Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, gli smart worker in Italia hanno superato i 3,5 milioni nel 2025, con i lavoratori autonomi che rappresentano oltre il 20% dell’occupazione totale.

D: Il visto italiano per nomadi digitali funziona bene?
R: Secondo il quarto Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia, il visto resta ancora poco efficace a causa di burocrazia e regole complesse, limitando l’attrattività dell’Italia per questo tipo di viaggiatori internazionali.

Cosa deve sapere un hotel italiano sulla corsa milionaria di DeepSeek

Non parto quasi mai da una notizia di finanza pura, ma la storia di DeepSeek delle ultime settimane merita un’eccezione, perché sotto ai numeri clamorosi si nasconde una domanda che riguarda direttamente chi gestisce una struttura ricettiva in Italia.

I fatti, prima di tutto. DeepSeek, il laboratorio cinese di intelligenza artificiale, sta preparando una quotazione in borsa che potrebbe arrivare già entro fine anno, con un debutto nel 2027. Per arrivarci, sta prima cercando un nuovo round di finanziamento privato a una valutazione di almeno 71 miliardi di dollari, in crescita del 40% in sole sei settimane rispetto al round precedente da 50 miliardi. Il ritmo di questa rivalutazione è impressionante: la società era partita a circa 10 miliardi ad aprile. I numeri non sono pura euforia speculativa, DeepSeek dichiara ricavi annualizzati tra i 400 e i 500 milioni di dollari e, secondo i dati Vercel citati da TechCrunch, gestisce circa il 23% dei token elaborati dai gateway aziendali di intelligenza artificiale, seconda solo ad Anthropic al 32%.

Il motivo per cui questa storia riguarda anche il nostro settore è più semplice di quanto sembri: DeepSeek ha costruito questa posizione con modelli open source estremamente economici da sviluppare e utilizzare, capaci di prestazioni vicine a quelle dei laboratori americani più avanzati, nonostante le restrizioni all’export dei chip Nvidia più potenti verso la Cina. È uno dei segnali più chiari che l’intelligenza artificiale ad alte prestazioni stia diventando drammaticamente più economica da integrare in qualunque prodotto, compresi i software gestionali, i chatbot per l’assistenza clienti, gli strumenti di revenue management che i fornitori tecnologici propongono ogni settimana alle nostre strutture. Se il costo di calcolo scende in questo modo, prima o poi quella riduzione si rifletterà anche sul prezzo che un piccolo hotel paga per accedere a funzionalità AI che fino a poco tempo fa erano riservate alle grandi catene.

Qui, però, voglio essere onesta fino in fondo: la parte più utile di questa storia per un hotelier italiano non è l’entusiasmo per l’AI a basso costo, ma un precedente molto concreto che riguarda proprio DeepSeek in Italia. Il 30 gennaio 2025, il Garante per la protezione dei dati personali ha bloccato, con provvedimento d’urgenza, il trattamento dei dati degli utenti italiani da parte delle due società cinesi che sviluppano DeepSeek, facendone sparire l’app dagli store italiani. Il motivo non era la qualità del modello, ma la genericità e l’insufficienza delle risposte fornite dall’azienda su dove venissero conservati i dati, quali categorie di informazioni raccogliesse e su quali basi legali. Le società avevano persino sostenuto di non operare in Italia e di non essere soggette al GDPR, un’argomentazione che il Garante ha ritenuto del tutto inadeguata.

Questo mi porta al punto pratico che porto a casa da questa vicenda, ed è un consiglio che do spesso ai clienti che seguo in consulenza quando valutano un nuovo strumento AI per la propria struttura: il prezzo basso di un modello o di un software costruito sopra un modello economico non è mai l’unico criterio di scelta, e a volte non è nemmeno il più importante. Prima di attivare qualunque strumento che tratti dati dei nostri ospiti, dal nome alla carta di credito alle preferenze di soggiorno, la domanda giusta da fare al fornitore non è “quanto costa” ma “dove vanno i dati che raccogliete, su quale infrastruttura girano, e siete pienamente conformi al GDPR”. Molti strumenti oggi in commercio, specialmente quelli più aggressivi sul prezzo, si basano su modelli open source come quelli di DeepSeek, senza che il fornitore finale dichiari con chiarezza questa scelta architetturale, ed è esattamente il tipo di dettaglio che rischia di passare inosservato finché non arriva un problema.

La lezione più ampia, credo, è che la democratizzazione dell’intelligenza artificiale, con modelli sempre più potenti e sempre più economici, è una buona notizia reale per le piccole strutture indipendenti, che finalmente potranno permettersi strumenti oggi riservati a chi dispone di budget enormi. Ma questa opportunità va colta con lo stesso rigore con cui valutiamo qualunque altro fornitore che tratta i dati dei nostri ospiti, senza lasciarsi guidare solo dal prezzo più basso. La corsa alla valutazione di DeepSeek dimostra quanto velocemente questo mercato si stia muovendo. Il precedente italiano di gennaio 2025 dimostra che la velocità del mercato non esonera nessuno, grande o piccolo che sia, dal fare i compiti sulla protezione dei dati.

Qantas sotto attacco: l’industria aerea nel mirino degli hacker

Un recente attacco informatico a Qantas tramite una piattaforma terza evidenzia le vulnerabilità crescenti del settore turistico e aeronautico agli attacchi informatici, in particolare quelli orchestrati dal famigerato gruppo Scattered Spider.

Cosa è successo a Qantas? Qantas ha identificato attività sospette il 30 giugno 2025 su una piattaforma utilizzata dal proprio contact center, contenendo rapidamente l’incidente. Sebbene i sistemi interni non siano stati compromessi, sono stati sottratti dati personali come nomi, email, numeri di telefono, date di nascita e numeri Frequent Flyer. Non sono stati compromessi dati finanziari, password o informazioni sui passaporti.

Chi è Scattered Spider? Questo gruppo cybercriminale, noto anche come UNC3944 o Muddled Libra, è specializzato in tecniche sofisticate di ingegneria sociale. Recentemente ha preso di mira altre compagnie aeree come Hawaiian Airlines e WestJet, oltre a grandi nomi del settore retail e assicurativo.

Scattered Spider sfrutta principalmente la manipolazione degli help desk aziendali, fingendo di essere dipendenti o fornitori per ottenere accessi privilegiati. Questa metodologia ha dimostrato la sua pericolosità con l’attacco del 2023 a MGM Resorts, costato oltre 100 milioni di dollari e una chiusura operativa di 36 ore.

Perché il settore aereo è così vulnerabile? Le compagnie aeree sono bersagli particolarmente appetibili perché:

  • Detengono vasti archivi di dati sensibili (informazioni personali dei clienti, itinerari, dati operativi).
  • Operano attraverso reti globali complesse con numerosi partner e fornitori esterni.
  • Dipendono fortemente da call center esterni, con elevato turnover e scarsa formazione in cybersecurity.

Consigli e misure preventive per le aziende: Per difendersi da simili attacchi, è fondamentale:

  • Rafforzare la verifica delle identità presso gli help desk.
  • Implementare processi rigorosi per il reset delle password e l’aggiunta di dispositivi per l’autenticazione multifattoriale (MFA).
  • Formare costantemente il personale, soprattutto quello delle funzioni esternalizzate, sulle tecniche più comuni di ingegneria sociale.

Questi attacchi rappresentano un importante segnale d’allarme per tutto il comparto travel: senza una strategia efficace di prevenzione e gestione degli incidenti informatici, le compagnie rischiano non solo perdite finanziarie ma anche un significativo danno reputazionale.

La sicurezza informatica deve diventare una priorità strategica. Investire in formazione, tecnologia e procedure di sicurezza avanzate non è più opzionale, ma una necessità urgente per proteggere clienti, dipendenti e il futuro stesso del settore turistico.

*© copertina: bjdlzx from Getty Images Signature

Brand USA tagliata del 80%: cosa significa per il turismo internazionale negli Stati Uniti?

Con un colpo di scena in piena estate, la Camera dei Rappresentanti USA ha approvato un pacchetto di riconciliazione di bilancio che riduce da 100 a 20 milioni di dollari i fondi federali destinati a Brand USA, l’ente responsabile della promozione turistica degli Stati Uniti a livello globale. Una decisione che, secondo il CEO Fred Dixon, “richiederà una significativa ricalibrazione delle nostre risorse e dei nostri programmi”. Non si escludono tagli a campagne, personale e azioni promozionali previste, compresa la nuova campagna “America the Beautiful”, appena presentata all’IPW di Chicago e pensata per rilanciare il turismo internazionale in vista di eventi epocali come America250 e la FIFA World Cup.

Perché questo taglio? Il provvedimento rientra in un piano più ampio per ridurre il deficit federale di oltre 40 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni, con l’eliminazione di oltre 1,4 miliardi in “spese ritenute non essenziali”.

Ma la scelta solleva molte perplessità, anche tra gli attori istituzionali:

"Non finanziare completamente Brand USA è un’occasione mancata, soprattutto mentre ci prepariamo a ospitare eventi storici" 📣 Geoff Freeman, CEO di U.S. Travel Association

Le conseguenze per il settore 🔻 Secondo Tourism Economics, il turismo internazionale verso gli USA è già in calo del 5,1% nel 2025, a fronte di una previsione di crescita dell’8,8%.

🔻 Le tensioni commerciali globali e l’aumento delle tariffe sui visti per non immigrati non aiutano.

🔻 Il rischio più grande? Che le destinazioni statunitensi perdano appeal e quote di mercato proprio mentre altre nazioni investono in modo aggressivo nella promozione turistica (vedi Canada, Francia, Spagna, Paesi Bassi…).

Il Canada resta una priorità Nonostante tutto, Brand USA ha appena concluso la sua serie Canada Connect 2025, con quasi 1.000 appuntamenti B2B in 5 città canadesi. “Il successo della serie rafforza il nostro impegno sul mercato canadese” – ha dichiarato Jackie Ennis, VP global trade development.

Cosa aspettarsi ora? Mentre si attende l’esito del processo di approvazione degli stanziamenti per l’anno fiscale 2026 in autunno, Brand USA continuerà le sue attività ma con risorse drasticamente ridotte.

Per chi lavora nel settore turistico, sia negli USA che nei mercati feeder, questa è una notizia da monitorare da vicino: influisce su campagne co-branded, programmi trade e supporto promozionale per le DMO.

Osservare, adattare, reagire. Il taglio a Brand USA è il segnale che anche il turismo inbound statunitense non è immune da logiche politiche interne. In un mondo dove l’intelligenza artificiale e la competizione tra destinazioni si fanno sempre più serrate, investire meno nella promozione internazionale è una scelta che può avere effetti duraturi.

Viaggiare in tempo di guerra: le implicazioni immediate del conflitto Israele-Iran sul settore turistico europeo e italiano

Dalla sera tra il 13 e il 14 giugno 2025, la situazione geopolitica in Medio Oriente ha subito una drammatica accelerazione. Lo scontro missilistico tra Israele e Iran, ha ridisegnato in poche ore l’agenda diplomatica globale, con inevitabili ripercussioni anche sul settore dei viaggi.

Modifiche alle rotte aeree: cosa sta succedendo nei cieli Il primo segnale tangibile per il comparto travel è arrivato dallo spazio aereo: compagnie come Lufthansa, Air France-KLM, British Airways, Emirates, Turkish Airlines ed Etihad hanno annunciato la sospensione o la modifica delle rotte che attraversano l’area coinvolta. Fonte: Reuters Dopo i raid israeliani su siti iraniani, Iran, Israele, Iraq e Giordania hanno chiuso lo spazio aereo, bloccando oltre 1.800 voli tra Europa e Medio Oriente e causando circa 650 cancellazioni a livello europeo.

Molte tratte tra Europa e Asia (in particolare verso India, Cina, Thailandia e Sud-est asiatico) stanno subendo ritardi, cancellazioni o deviazioni con aumento del tempo di volo e dei costi operativi. Anche i collegamenti verso destinazioni turistiche emergenti come Georgia, Armenia, Oman e Arabia Saudita sono a rischio sospensione.

Secondo Eurocontrol, il centro europeo per la sicurezza della navigazione aerea, le aree attualmente sconsigliate per i voli civili includono lo spazio aereo iraniano, iracheno e parte di quello israeliano. Fonte: Eurocontrol.

Impatto finanziario sul settore aereo

  • Le azioni delle compagnie aeree europee (IAG, Lufthansa) hanno registrato un calo, unitamente alla crescita del prezzo del petrolio (+6–7 %) .
  • L’aumento del costo carburante e dei risarcimenti (diversioni, ritardi) incide direttamente sulle tariffe e sulla redditività delle compagnie.

La paura è una cattiva consigliera: psicologia e percezione del rischio Oltre agli impatti logistici e operativi, l’elemento più difficile da misurare è quello emotivo. Dopo il conflitto tra Hamas e Israele nell’ottobre 2023, le prenotazioni verso il Medio Oriente avevano subito un calo medio del -48%, con una parziale ripresa nei primi mesi del 2024. Fonte: ForwardKeys.

In questo nuovo scenario di escalation militare tra due Stati, il timore di un allargamento del conflitto e di attacchi ritorsivi può raffreddare la propensione al viaggio anche in aree apparentemente lontane. In particolare, secondo il Center for Strategic and International Studies, il rischio percepito può generare un effetto domino che colpisce le destinazioni più prossime al teatro di guerra, anche se non direttamente coinvolte.

Italia ed Europa: troppo vicini per sentirsi al sicuro? Sebbene non esistano minacce dirette verso l’Europa al momento, la sua prossimità geografica, le alleanze politico-militari e il ruolo centrale nella diplomazia internazionale possono alimentare preoccupazioni tra alcuni viaggiatori extraeuropei. In particolare:

  • Viaggiatori statunitensi: già durante precedenti crisi in Medio Oriente, le destinazioni europee mediterranee avevano registrato un calo temporaneo della domanda USA. L’Italia, percepita come “vicina al conflitto”, potrebbe veder rallentare il flusso inbound da oltreoceano nei mesi estivi, specie nelle aree meno iconiche.
  • Mercati come Canada, Australia, Sud America: dove l’informazione è spesso legata a fonti nordamericane, la percezione del rischio potrebbe seguire dinamiche simili.

Secondo i dati di The Data Appeal Company, nei primi 5 mesi del 2025 i viaggiatori statunitensi rappresentavano il 17,2% del totale delle presenze internazionali nelle strutture ricettive italiane, con punte oltre il 40% in alcune città d’arte. Una flessione, anche contenuta, avrebbe impatti significativi su chi ha puntato tutto su questo mercato. Fonte: Data Appeal, giugno 2025

Rischio per le destinazioni poco radicate nel mercato domestico I territori che non hanno mai diversificato i flussi – puntando in prevalenza su una clientela americana o asiatica ad alta capacità di spesa – si trovano ora in posizione fragile. Località minori, borghi d’arte, destinazioni esperienziali che hanno trascurato il turismo nazionale e di prossimità potrebbero vedere un vuoto difficile da colmare in tempi rapidi.

Al contrario, chi ha lavorato su un mix equilibrato tra mercati internazionali e domestici, fidelizzando segmenti affini anche in caso di shock esterni, dimostra oggi maggiore resilienza.

Cosa possiamo fare? Alcuni spunti per destinazioni e operatori

  • Monitorare in tempo reale i dati di sentiment, prenotazioni e cancellazioni, con attenzione particolare ai mercati USA, asiatici ed europei.
  • Riprogrammare le campagne di marketing internazionale, adeguando tono, mercati prioritari e messaggi.
  • Rafforzare il mercato domestico, con offerte mirate, nuove narrazioni e collaborazione tra operatori.
  • Mantenere alta l’attenzione operativa: sicurezza, flessibilità nelle policy di cancellazione, comunicazione chiara.
  • Essere onesti ma rassicuranti, puntando sulla credibilità delle fonti ufficiali e sulla personalizzazione del dialogo con gli ospiti.

Fonti:

  • Reuters – Airlines cancel or divert flights over Iran after Israeli strikes (14 giugno 2025)
  • Eurocontrol – Conflict Zone Information Bulletin
  • ForwardKeys – Middle East Travel Trends Post-October 2023
  • CSIS – Iran-Israel Escalation and Global Risk
  • The Data Appeal Company – Destination Data Italia (giugno 2025) * immagine di copertina: “Holy Land” by Kader Attia “From a distance the mirrors shine brightly but the closer you get the less attractive they become because they reflect reality"

Un’economia globale in frenata e un turismo italiano che non può più rimandare le scelte strutturali

Solo sei mesi fa, si parlava di "atterraggio morbido": l’economia globale sembrava in via di stabilizzazione, dopo una serie di shock naturali, sanitari e geopolitici. Oggi, secondo il rapporto di giugno della Banca Mondiale (Global Economic Prospects, giugno 2025), quel momento è già alle spalle.

Il Pil globale crescerà solo del 2,3% quest’anno: il tasso più debole degli ultimi 17 anni al di fuori delle recessioni globali. A preoccupare non sono solo i dati annuali, ma la tendenza decennale: negli anni 2020, la crescita media del Pil globale si fermerà al 2,5%, il ritmo più lento dagli anni Sessanta.

Le ragioni? Una combinazione tossica di frammentazione geopolitica, crollo degli investimenti e rallentamento del commercio globale, passato da una crescita media del 5,1% negli anni 2000 al 2,6% nell’attuale decennio. Ma anche la fine dell’’era dei tassi d’interesse bassissimi e la crescita esplosiva del debito.

I Paesi più poveri, secondo il report, sono i più colpiti. Ma anche quelli più turistici.

E in Italia? Sebbene l’Italia sia una delle principali economie sviluppate, la sua struttura produttiva è composta in larga parte da micro e piccole imprese, molte delle quali operano nel turismo. Secondo ISTAT, il 94,4% delle imprese turistiche italiane ha meno di 10 addetti.

La combinazione tra l’aumento dei costi operativi (energia, personale, forniture), la scarsità di manodopera e una crescita della domanda turistica poco distribuita nel territorio e nel tempo mette molte realtà a rischio.

Se allarghiamo lo sguardo al contesto europeo, ripensando a quanto ho scritto la settimana scorsa, l’indagine pubblicata a giugno da UKHospitality, British Beer & Pub Association, BII e Hospitality Ulster evidenzia un dato allarmante: un terzo delle imprese hospitality nel Regno Unito opera in perdita. Il 63% ha ridotto l’orario del personale, il 76% ha aumentato i prezzi e oltre la metà ha congelato gli investimenti.

Non è azzardato ipotizzare dinamiche simili anche in Italia, dove l’inflazione ancora incide sul potere d’acquisto e le PMI faticano ad accedere al credito. L’atteso rimbalzo del 2024, pur visibile in alcune località iconiche, non è stato uniforme e molti territori vedono un turismo più volatile e meno prevedibile.

Cosa possiamo fare? Il report della Banca Mondiale individua tre priorità, tutte rilevanti anche per il turismo:

  1. Ricostruire le relazioni commerciali, rendendo il mercato più aperto e prevedibile.
  2. Ripristinare l’equilibrio fiscale, riformando il sistema di incentivi e semplificando l’accesso ai fondi.
  3. Accelerare la creazione di lavoro, investendo in formazione, digitalizzazione e mobilità sociale.

Nel nostro settore questo significa:

  • Favorire l’accesso al credito per le PMI turistiche, in particolare quelle orientate a investimenti ESG, digitalizzazione e valorizzazione territoriale.
  • Supportare la diversificazione della domanda con politiche attive di promozione, distribuzione e pricing intelligenti.
  • Adottare modelli fiscali più sostenibili, come la richiesta di riduzione IVA per il settore hospitality già avanzata in UK.
  • Investire su formazione, welfare e ritenzione del personale: il capitale umano è la chiave per affrontare qualunque scenario.

Fonti:

  • World Bank, Global Economic Prospects (June 2025) → https://www.worldbank.org/en/publication/global-economic-prospects
  • UKHospitality et al., "Hospitality Industry at Breaking Point" (June 2025)
  • ISTAT, Rapporto Annuale sull’Industria Turistica (2024)

Crisi (britannica) dell’hospitality: un campanello d’allarme per l’Italia?

Un terzo delle imprese dell’ospitalità nel Regno Unito sta operando in perdita. Questo è il dato allarmante emerso da uno studio congiunto di UKHospitality, British Institute of Innkeeping, British Beer & Pub Association e Hospitality Ulster.

🔻 Il quadro è critico:

  • Il 63% ha ridotto l’orario di lavoro del personale per contenere i costi
  • Il 60% ha tagliato posti di lavoro
  • Il 76% ha aumentato i prezzi
  • Oltre metà ha sospeso nuovi investimenti

Il governo britannico viene accusato di aver aggravato la situazione con l’aumento dei contributi previdenziali (NIC) e una riforma fiscale mai decollata. Intanto, chiudono ristoranti storici come il Paco Tapas a Bristol o l’Angel of Dartmouth, operativo da oltre 40 anni.

E in Italia? Bene i numeri, ma non il margine Nel nostro Paese, i dati di afflusso sono ottimi, ma il sistema resta fragile:

  • +5,4% di arrivi internazionali nel primo trimestre 2024 rispetto al 2023 – fonte: ENIT
  • Oltre 451 milioni di presenze totali nel 2023, superando i livelli pre-pandemia – fonte: ISTAT
  • Crescita della spesa media per viaggiatore del +12,8% nel 2023, in particolare da USA, Germania e UK – fonte: Banca d’Italia

Eppure, il sentiment delle imprese turistiche è tiepido:

  • il 58% degli operatori teme un calo dei margini nei prossimi mesi (fonte: Unioncamere-Isnart, aprile 2024)
  • solo il 22% dichiara di voler investire in ampliamento o riqualificazione
  • resta critica la situazione occupazionale: difficoltà di reperimento personale e crescita del turn-over

Tutto ciò avviene in un contesto di forte pressione fiscale, burocratica e regolamentare: basti pensare all’incredibile frammentazione normativa tra Regioni su temi come SCIA, tassa di soggiorno, classificazione alberghiera o limiti per gli affitti brevi.

Serve una visione comune Il caso britannico può essere un’anteprima di quello che accadrà in Italia se non si interviene in modo strutturale su tre assi fondamentali:

  1. Semplificazione delle regole per aprire e gestire imprese ricettive, a prescindere dalla forma giuridica
  2. Fiscalità equa e sostenibile, per evitare il paradosso di strutture professionali penalizzate rispetto agli host occasionali
  3. Investimenti mirati nel digitale, non come vetrina, ma come leva per l’efficienza e la redditività E come suggeriscono anche i dati di The Data Appeal Company, il tema della qualità dell’esperienza (non solo del prezzo) sarà centrale nel consolidare la domanda internazionale e la fidelizzazione.

💡 In sintesi L’hospitality UK è in sofferenza cronica, tra chiusure, rincari e licenziamenti. L’Italia continua a crescere nei flussi, ma perde margine e fiducia. La digitalizzazione, se ben progettata, può aiutare a ottimizzare costi e ricavi, ma senza una politica di sistema, il settore rischia di trovarsi nella stessa spirale del Regno Unito.

🎯 Se lavori nel turismo, è il momento giusto per chiederti: il tuo modello è davvero sostenibile nel lungo periodo?

Iscriviti a Viaggi Digitali per ricevere ogni settimana notizie, trend e strumenti per migliorare il tuo lavoro.

Spagna vs Airbnb: 65.000 annunci rimossi per violazioni normative

Il Ministero dei Diritti Sociali e dei Consumatori spagnolo ha ordinato ad Airbnb di rimuovere 65.935 annunci di affitti turistici che non rispettavano le normative locali. Le principali infrazioni riguardano l’assenza del numero di licenza obbligatorio, la mancata specifica sulla natura giuridica del locatore (privato o azienda) e l’utilizzo di numeri di licenza falsi o non corrispondenti ai registri ufficiali.

Questa azione si inserisce in un contesto di crescente tensione sociale legata alla crisi abitativa che affligge molte città spagnole, tra cui Madrid, Barcellona, Valencia e le isole Baleari. Le proteste contro il turismo di massa e l’impatto degli affitti brevi sulla disponibilità di alloggi a lungo termine hanno portato il governo a intervenire con misure più stringenti.

Crisi abitativa e regolamentazione degli affitti brevi La crescita esponenziale degli affitti brevi ha contribuito all’aumento dei prezzi degli immobili e alla riduzione dell’offerta di alloggi per i residenti. Secondo i dati ufficiali, nel 2024 la Spagna ha registrato un record di 94 milioni di turisti, esercitando una pressione significativa sul mercato immobiliare.

Le autorità locali stanno adottando diverse strategie per affrontare il problema:

  • Barcellona: ha annunciato l’intenzione di eliminare tutte le licenze di affitti turistici entro il 2028, per salvaguardare l’offerta abitativa per i residenti.
  • Isole Baleari: hanno deciso di interrompere l’uso di influencer per promuovere il turismo, a causa dell’impatto negativo del "selfie tourism" su siti naturali sensibili.
  • Canarie: hanno visto proteste di massa contro il turismo eccessivo, con richieste di limitazioni agli affitti turistici e maggiore protezione per i residenti.

🧭 Implicazioni per il settore turistico e alberghiero Queste misure rappresentano un punto di svolta nella gestione del turismo in Spagna e pongono interrogativi importanti per operatori del settore, host e piattaforme digitali:

  • Per gli host: è (ovviamente!) fondamentale assicurarsi che le proprie inserzioni siano conformi alle normative locali, con licenze valide e informazioni trasparenti.
  • Per le piattaforme: si rende necessaria una maggiore collaborazione con le autorità per garantire la legalità delle offerte e prevenire abusi.
  • Per gli operatori alberghieri: si apre l’opportunità di valorizzare l’offerta tradizionale, puntando su qualità, servizi e sostenibilità per attrarre una clientela in cerca di esperienze autentiche e responsabili.

🔍 Riflessioni finali La situazione spagnola evidenzia la necessità di un equilibrio tra sviluppo turistico e tutela delle comunità locali, e su Officina Turistica ne scriviamo da parecchio. La regolamentazione degli affitti brevi è diventata una priorità per garantire l’accesso alla casa per i residenti e preservare l’identità delle città.

Per gli operatori del settore, è il momento di riflettere su modelli di business sostenibili e responsabili, che tengano conto delle esigenze delle comunità ospitanti e delle aspettative dei viaggiatori moderni. Per approfondire ulteriormente l’argomento, ti invito a consultare i seguenti articoli:

  • euronews
  • The Times
  • The Guardian

Se hai esperienze o opinioni da condividere su questo tema, non esitare a rispondere a questa newsletter.