I panel con i CEO delle grandi catene alberghiere sono sempre interessanti, ma vanno letti con il giusto filtro. Non raccontano mai solo come va il mercato. Raccontano anche come i grandi gruppi vogliono interpretarlo, e in parte governarlo. Però, proprio per questo, sono utili. Perché aiutano a capire quali segnali contano davvero nelle stanze in cui si decidono investimenti, tecnologia, distribuzione e lavoro.

Dal confronto tenutosi all’NYU International Hospitality Investment Forum emerge un quadro meno semplice di quello che spesso ci raccontiamo. Da una parte c’è ancora fiducia, soprattutto nella tenuta della leisure demand e nella forza delle esperienze dal vivo. Dall’altra, però, ci sono almeno tre elementi che rendono il 2026 molto meno lineare: il rallentamento dell’inbound internazionale, un’economia letta in modi diversi a seconda del segmento, e l’impatto dell’AI sul lavoro alberghiero, che da tema astratto sta diventando tema organizzativo.

Il primo punto è probabilmente il più immediato. A New York, i CEO hanno parlato apertamente di una domanda internazionale più debole in vista della stagione estiva, mentre sul fronte della FIFA World Cup, che avrebbe dovuto essere uno dei grandi driver dell’anno, le prenotazioni alberghiere risultano sotto le aspettative iniziali. Rob Smith di Stonebridge ha detto in modo piuttosto netto che la componente internazionale per il Mondiale è sostanzialmente già “baked”, cioè definita, e che se non è a libro adesso, difficilmente arriverà dopo. Allo stesso tempo, però, sia lui sia altri speaker hanno sottolineato che la domestic leisure resta forte e potrebbe colmare parte dei vuoti lasciati dall’inbound.

Questa, secondo me, è già una prima lezione importante anche per chi osserva il mercato italiano. Continuiamo spesso a ragionare come se il turismo internazionale fosse la parte più prestigiosa della domanda, e quindi quella decisiva. Ma nei momenti di incertezza, la domanda domestica e di prossimità torna a essere non un ripiego, bensì una forma di stabilizzazione. Non perché valga sempre di più in assoluto, ma perché tende a reagire con tempi diversi e, in alcuni casi, con maggiore elasticità.

Poi c’è il tema dell’economia, che nel panel è emerso in modo meno uniforme di quanto si potrebbe pensare. Chris Nassetta, CEO di Hilton, ha proposto l’idea di una “C-shaped economy”, cioè di un’economia in convergenza, in cui non solo l’alto di gamma continua a tenere, ma anche i segmenti midscale e lower-chain scale mostrano segnali di ripresa. Altri executive, invece, hanno parlato di una dinamica ancora più simile alla nota K-shaped economy, in cui i segmenti più alti continuano a performare meglio e la biforcazione sociale resta evidente. Rob Smith, per esempio, ha detto che il settore alberghiero continua a vivere una K-shaped economy dal Covid, pur non limitata al solo lusso, visto che anche l’upper upscale continua a beneficiare di una forte domanda di esperienze e qualità.

A me sembra un passaggio molto interessante, perché segnala una cosa che nel turismo dovremmo ammettere più spesso: non esiste più un’unica lettura del mercato. Esistono segmenti, geografie, pubblici e modelli di business che reagiscono in modo diverso agli stessi shock. E questo rende più fragile ogni analisi eccessivamente generale. Dire “il turismo va bene” o “il turismo rallenta” serve sempre meno, se non si specifica per chi, dove, in quale fascia e con quale mix di domanda.

Un altro punto molto forte del confronto riguarda il valore crescente delle esperienze dal vivo. Mark Hoplamazian di Hyatt ha detto che, per gli high-end travellers, la leisure demand resta estremamente robusta. Elie Maalouf di IHG ha aggiunto una riflessione che, secondo me, merita attenzione: più i consumatori assorbono esperienze digitali, virtuali e artificiali, più desiderano esperienze reali. In questo senso, eventi sportivi e intrattenimento continuano a sostenere la propensione al viaggio. Non a caso, Hotel Dive ricorda anche che CoStar e Tourism Economics hanno migliorato l’outlook del RevPAR 2026 per gli hotel statunitensi, proprio sulla base della fiducia in una stagione estiva solida.

Qui, secondo me, il messaggio agli hotel è molto chiaro. L’esperienza non è più un contorno del prodotto ricettivo. È una parte sempre più centrale della sua tenuta economica e della sua capacità di restare desiderabile quando la domanda si fa più selettiva. Ed è interessante che questo venga ribadito proprio da gruppi globali che, per dimensione, distribuzione e brand awareness, potrebbero teoricamente vivere anche solo di pura scala. Se anche loro insistono sul bisogno crescente di esperienze reali e significative, vuol dire che il tema non è più narrativo. È strutturale.

Il terzo blocco riguarda l’intelligenza artificiale, e qui il panel si è fatto ancora più interessante. Sébastien Bazin di Accor ha dichiarato che probabilmente un terzo, se non il 40%, dei lavori corporate sarà sostituito dalla tecnologia dell’AI. Ha però aggiunto che non è un invito alla paura, ma una presa d’atto del fatto che, in 18 o 24 mesi, molte persone non faranno più esattamente ciò che fanno oggi. Hoplamazian ha offerto una lettura meno radicale, sostenendo che l’impatto dell’AI sul lavoro nell’hospitality sarà reale ma inferiore a quello ipotizzato da Bazin, e che l’obiettivo di Hyatt è usare l’AI per ottimizzare i compiti amministrativi, lasciando più spazio a interazioni più thoughtful, cioè più attente e significative, con gli ospiti. Anche IHG, con Maalouf, ha insistito sul fatto che l’AI non dovrà togliere la componente umana dall’ospitalità, ma semplificare il lavoro amministrativo. Hilton, da parte sua, punta apertamente su nuovi strumenti di AI per offrire al cliente esattamente ciò che vuole, nel momento in cui lo vuole. Aimbridge, infine, ha definito l’AI non uno shiny penny, quindi non una moda luccicante di passaggio, ma qualcosa di molto più grande, destinato a trasformare davvero il settore.

Secondo me qui il punto più utile è che il dibattito è uscito dalla fase ingenua. Non si discute più se l’AI avrà un impatto. Si discute su quanto profondo sarà, dove colpirà prima, e come evitare che cancelli proprio ciò che rende l’hospitality diversa da altri settori di servizio. E anche questo è un passaggio importante. Perché vuol dire che il 2026 sarà sempre meno l’anno delle prove e sempre più l’anno delle scelte organizzative: chi automatizza cosa, con quali limiti, con quale impatto sulle persone e con quale promessa fatta all’ospite.

In fondo, il panel racconta un settore che non è né in crisi né in una fase di crescita spensierata. È in una fase più complessa. Dove alcuni segmenti tengono meglio di altri. Dove l’inbound non è più una certezza lineare. Dove la domanda continua a desiderare esperienze reali, ma lo fa in un contesto economico più stratificato. E dove l’AI non è più promessa o minaccia, ma una leva concreta che obbliga tutti a decidere che tipo di hospitality vogliono costruire.

Forse è proprio questo il punto da portare a casa. Il 2026 non sembra l’anno dei grandi automatismi. Sembra l’anno in cui conteranno di più la capacità di leggere le differenze, il coraggio di rivedere alcuni modelli e la lucidità di non confondere l’ottimismo con la semplicità.