USA Today ha raccontato in questi giorni le storie di viaggiatori che hanno risparmiato migliaia di dollari scambiando la propria casa con quella di sconosciuti invece di prenotare un hotel. Una famiglia ha risparmiato circa 8.000 dollari scambiando casa e auto durante un soggiorno in un sobborgo di Amburgo, un’altra viaggiatrice ha accumulato tra 6.700 e 10.000 dollari di risparmio attraverso più di trenta scambi in destinazioni come Barcellona e le Alpi svizzere. Non sono più aneddoti isolati: è un fenomeno che merita attenzione, perché rappresenta una forma di concorrenza diretta all’ospitalità a pagamento che il nostro settore raramente prende sul serio.
Quanto è grande davvero questo mercato
I numeri, messi insieme da più fonti, raccontano una crescita reale. HomeExchange, la piattaforma più longeva del settore, conta oggi oltre 280.000 utenti nel mondo, di cui 200.000 attivi, con accesso a oltre 550.000 abitazioni in 155 paesi. Kindred, fondata nel 2021 con un modello diverso, in cui si guadagnano crediti ospitando altri membri nella propria casa invece di organizzare scambi simultanei, è arrivata a più di 200.000 iscritti e ha registrato 250.000 pernottamenti nel solo 2025, con le prenotazioni mensili che, secondo l’azienda, sono decuplicate dal lancio. Nessuna delle due piattaforme fa pagare l’alloggio in sé: il denaro che cambia mano riguarda solo commissioni di servizio e pulizia, mediamente tra 15 e 35 dollari a notte, una frazione del costo di un hotel comparabile nella stessa destinazione.
Perché non è solo una questione di prezzo
Sarebbe un errore liquidare questo fenomeno come una semplice ricerca del risparmio. Chi racconta la propria esperienza di scambio di casa insiste quasi sempre sullo stesso punto: l’accesso a una vita locale autentica, raccomandazioni di ristoranti e luoghi che nessuna guida turistica conterrebbe, la sensazione di abitare un posto invece di attraversarlo da turista. È lo stesso desiderio di autenticità di cui scrivo spesso parlando di turismo esperienziale, qui portato alla sua conseguenza più radicale: non solo cercare un’esperienza locale durante il soggiorno, ma eliminare del tutto l’intermediazione commerciale dell’alloggio.
Un vuoto normativo che in Italia nessuno ha ancora affrontato
Qui arriva la riflessione che considero più utile per chi lavora nel nostro settore, e che nessuna delle fonti che ho consultato affronta, probabilmente perché scritte per un pubblico americano. In Italia, dal 2025, ogni affitto turistico inferiore a trenta giorni deve avere un Codice Identificativo Nazionale, esposto sull’immobile e in ogni annuncio, con sanzioni per chi non si adegua. Ma il CIN si applica alla locazione, cioè a un contratto che prevede il pagamento di un canone per l’alloggio. Nello scambio casa non c’è alcun canone: il denaro versato riguarda solo le commissioni di servizio della piattaforma, non l’occupazione dell’immobile in sé. Non ho trovato, nella normativa italiana attuale, un chiarimento esplicito su come questa distinzione venga trattata quando lo scambio avviene su base commerciale organizzata da una piattaforma come Kindred o HomeExchange, e resta quindi una domanda aperta, non una certezza legale che mi sento di affermare con sicurezza. Vale comunque la pena segnalarla: se questo modello dovesse crescere anche in Italia con la stessa velocità riscontrata negli Stati Uniti, è ragionevole aspettarsi che, prima o poi, il legislatore dovrà occuparsene, magari con lo stesso approccio già adottato per gli affitti brevi.
Cosa significa per chi gestisce una struttura ricettiva
Il punto pratico non è temere lo scambio di case come una minaccia imminente per un hotel indipendente italiano: il pubblico che sceglie questo modello, spesso famiglie in cerca di soggiorni lunghi con più stanze e una cucina propria, è in parte diverso da chi cerca una struttura ricettiva curata con servizio. Ma è un segnale da non ignorare sulla direzione in cui si muove una fetta crescente della domanda di leisure: verso l’eliminazione totale del costo dell’alloggio in cambio di autenticità locale e flessibilità. Per una struttura che non può competere su questo terreno, la risposta non è abbassare ulteriormente i prezzi, ma rendere esplicito e comunicabile tutto ciò che un soggiorno in hotel offre e uno scambio di casa strutturalmente non può: un servizio reale, una relazione umana con chi gestisce la struttura, la cura di un’esperienza pensata, non lasciata al caso di chi ti ha preceduto in quella casa.
Fonte originale: Home swaps cut travel costs, USA Today
FAQ
HomeExchange conta oltre 280.000 utenti nel mondo con accesso a più di 550.000 abitazioni in 155 paesi, mentre Kindred ha superato i 200.000 iscritti con 250.000 pernottamenti registrati nel solo 2025.
Non si paga l’alloggio in sé, ma solo commissioni di servizio e pulizia alla piattaforma, mediamente tra 15 e 35 dollari a notte, una frazione del costo di un hotel comparabile.
Non è chiaro. Il Codice Identificativo Nazionale obbligatorio dal 2025 si applica alla locazione con pagamento di un canone, mentre nello scambio casa non c’è canone per l’alloggio, solo commissioni di servizio, lasciando un vuoto normativo non ancora chiarito esplicitamente.
*immagine di copertina generata con l’AI