Durante la call sui risultati del secondo trimestre, il CEO di Hilton Christopher Nassetta ha annunciato una serie di misure per alleggerire i costi dei proprietari di hotel a marchio Hilton: una riduzione delle commissioni sul programma fedeltà, un nuovo programma chiamato Rise che sconta ulteriori commissioni per gli hotel con punteggi alti sull’esperienza dell’ospite, e una revisione completa dei conti economici di ogni struttura per individuare margini di risparmio su lavoro, acquisti e standard di brand. “Valutiamo ogni decisione attraverso la lente della redditività del proprietario”, ha dichiarato Nassetta. È una notizia che, letta da sola, sembra un gesto di generosità verso chi gestisce le migliaia di hotel a marchio Hilton nel mondo. Ho voluto guardare più a fondo, anche perché io, gestendo una struttura indipendente, non pago nessuna di queste commissioni, e la prospettiva mi sembrava utile da condividere.

Cosa dice la notizia, e cosa dicono i numeri sotto

Il primo elemento che manca nel comunicato ufficiale, ma che emerge chiaramente da un’analisi di Skift sugli stessi risultati, è che, mentre Hilton riduceva le commissioni sul programma fedeltà, le commissioni di gestione e di franchising, che finiscono direttamente nei ricavi di Hilton, sono aumentate del 6,4% rispetto all’anno precedente. Il taglio riguarda quindi una voce di costo specifica, non il totale che un proprietario versa a Hilton ogni anno. Il secondo elemento riguarda proprio il programma Rise: secondo lo stesso Nassetta, solo circa metà del sistema americano oggi beneficia pienamente dello sconto, perché è legato al superamento di una soglia di soddisfazione degli ospiti. Alcuni osservatori di settore, tra cui il blog di viaggio One Mile at a Time, sono stati più duri, definendo il programma un’operazione che, per gli hotel che non superano la soglia, prevede un programma di recupero a pagamento da 22.000 dollari, e sottolineando che tagliare le commissioni versate al programma fedeltà, mentre il numero di punti emessi resta lo stesso, porta quasi inevitabilmente a una svalutazione del valore dei punti per chi li accumula.

C’è poi un terzo elemento, forse il più rivelatore, contenuto nelle stesse parole di Nassetta: la revisione dei conti economici, ribattezzata internamente Rise II, punta esplicitamente a individuare risparmi su “innovazione della forza lavoro” e “disciplina sui costi di brand”, oltre a un approccio più flessibile sui requisiti di ristrutturazione. Tradotto, significa margini di manovra su quanto personale impiegare e su quanto sia davvero necessario investire in rinnovamenti imposti dal marchio. Non è necessariamente una cattiva notizia per un proprietario in difficoltà, ma è ben lontana dall’immagine di un grande gruppo che regala sollievo ai suoi affiliati.

Il confronto che mi riguarda davvero

Qui arrivo al punto che più mi interessa condividere. Gestire una struttura indipendente significa non pagare nessuna di queste commissioni, che secondo i dati HVS citati dall’associazione dei proprietari di hotel americani AAHOA pesano in media per quasi l’11% del fatturato delle camere in un hotel affiliato a un grande marchio. È una cifra enorme, che un hotel come il mio semplicemente non versa a nessuno. Il prezzo di questa libertà, storicamente, è sempre stato l’accesso limitato alla macchina di distribuzione e fidelizzazione di un grande marchio: i programmi fedeltà, la visibilità nei motori di prenotazione, la fiducia automatica che un nome noto ispira a un viaggiatore che non conosce la destinazione.

Proprio in questi giorni, però, ho trovato un dato che mette in discussione quanto questo vantaggio resti solido nell’era dei motori di risposta basati sull’AI. Uno studio accademico recente, un audit sistematico di come dodici modelli di intelligenza artificiale scelgono tra hotel diversi in base alla valutazione, al prezzo, alle certificazioni e all’affiliazione di marca, ha calcolato che l’appartenenza a una catena costa, in media, l’equivalente di 7,10 dollari a notte in termini di probabilità di essere raccomandati da un assistente AI, mentre essere una struttura indipendente pesa a favore. Lo stesso studio calcola che una certificazione di sostenibilità ambientale vale l’equivalente di 46,40 dollari a notte in termini di raccomandazione, uno dei fattori più forti dell’intera analisi, secondo solo alla valutazione media degli ospiti. Per un hotel come il mio, che si presenta esplicitamente come eco boutique hotel, è un dato che vale la pena sottolineare, perché conferma con numeri concreti qualcosa che finora restava più a livello di intuizione: la specificità e l’autenticità di una struttura indipendente, quando sono comunicate con dati coerenti e verificabili, possono contare più del nome di un grande marchio.

Cosa porto a casa

La lezione che traggo da questi due articoli letti insieme non è che l’indipendenza sia automaticamente la scelta migliore, sarebbe una semplificazione ingiusta verso chi sceglie consapevolmente l’affiliazione a un marchio per accedere a una distribuzione che da sola non potrebbe costruire. È piuttosto che il terreno su cui si gioca questo confronto si sta spostando. Un proprietario affiliato a un grande gruppo oggi paga commissioni pesanti, con un margine di manovra su quei costi che dipende da soglie di qualità decise altrove, e in cambio riceve una macchina di distribuzione che tuttavia inizia a mostrare crepe proprio nel nuovo canale che conta di più, la ricerca fatta tramite intelligenza artificiale. Un hotel indipendente non paga quelle commissioni, e sta iniziando a scoprire che la propria autenticità, se raccontata con la cura e la precisione che i motori di risposta AI premiano, può competere ad armi più pari di quanto sia mai stato possibile con i motori di ricerca tradizionali. Non è ancora un vantaggio definitivo, ma è la prima volta che vedo i numeri muoversi chiaramente in questa direzione, e vale la pena tenerne conto in ogni scelta strategica dei prossimi anni.

Fonte originale: Hilton targets owner profitability with lower costs, Hotel Management

FAQ

Hilton ha davvero ridotto i costi per i proprietari dei suoi hotel?

Solo in parte. Hilton ha ridotto le commissioni sul programma fedeltà, ma le commissioni di gestione e franchising sono aumentate del 6,4% nello stesso periodo, e lo sconto del nuovo programma Rise raggiunge oggi solo circa metà degli hot

Quanto costano in media le commissioni di franchising per un hotel a marchio?

Secondo dati HVS citati dall’associazione AAHOA, le commissioni di franchising pesano in media per quasi l’11% del fatturato delle camere in un hotel affiliato a un grande marchio.

Gli hotel indipendenti sono favoriti o svantaggiati dai motori di risposta AI?

Secondo uno studio accademico che analizza dodici modelli di intelligenza artificiale, l’appartenenza a una catena riduce la probabilità di raccomandazione, mentre l’indipendenza e la certificazione di sostenibilità ambientale la aumentano in modo significativo.