CAMO Hospitality, startup di Anaheim, California, ha chiuso un round di finanziamento seed da 4 milioni di dollari per espandere una piattaforma che punta a restituire agli hotel una fetta di un mercato che, secondo le stime della stessa azienda, vale oltre 5 miliardi di dollari l’anno negli Stati Uniti: la consegna di cibo in camera tramite app come DoorDash, Uber Eats e Grubhub. È bene dirlo subito con chiarezza: quella cifra è una stima interna dell’azienda, non un dato di settore verificato in modo indipendente, e vale la pena tenerlo presente prima di prenderla come riferimento assoluto.

Il problema che CAMO vuole risolvere

L’idea di fondo è semplice e, letta con attenzione, riguarda un tema molto più ampio del solo servizio in camera. Il fondatore Kevin Rohani lo spiega così: gli ospiti non hanno mai smesso di voler ricevere cibo in camera, quello che è cambiato è chi prende l’ordine, chi consegna il pasto e chi si porta a casa i ricavi e i dati del cliente che quella transazione genera. Negli Stati Uniti, dove secondo CAMO circa nove hotel su dieci non offrono più un vero servizio in camera tradizionale, quella spesa è finita quasi interamente fuori dall’ecosistema tecnologico dell’hotel, all’interno di app di terze parti che controllano l’esperienza d’ordine e i dati del cliente, mentre la struttura riceve poco o nessun ricavo diretto, anche se la transazione avviene durante il soggiorno che l’hotel stesso ha venduto. CAMO propone invece un’esperienza d’ordine brandizzata con il nome dell’hotel, gestendo dietro le quinte la tecnologia, le cucine partner e la logistica di consegna, e restituendo alla struttura una quota della transazione oltre all’accesso ai dati di acquisto degli ospiti.

Una precedente che va raccontata, per onestà

Prima di lasciarsi entusiasmare dal round di finanziamento, vale la pena conoscere un precedente citato dalla stessa fonte che ho consultato: Butler Hospitality aveva costruito una rete di cucine fantasma per fornire un servizio di servizio in camera esternalizzato a centinaia di hotel americani, raccogliendo circa 50 milioni di dollari di investimenti prima di cessare completamente l’attività nel 2022. Il modello di CAMO non è identico, si appoggia su cucine partner esistenti invece di costruire una propria infrastruttura di produzione, ma il precedente resta un promemoria concreto di quanto sia difficile far quadrare l’economia di un servizio che unisce produzione del cibo, consegna e standard di servizio alberghiero su scala nazionale. Vale ancora tutto da dimostrare, e i quattro milioni raccolti da CAMO serviranno proprio a scoprire se il modello regge quando si passa da un pugno di strutture pilota a un vero portafoglio nazionale.

Perché questa storia riguarda anche noi, ma non nel modo ovvio

Il modello specifico di CAMO, pensato per hotel select-service ed extended-stay americani senza cucina propria, non ha un equivalente diretto nella realtà di un piccolo hotel indipendente italiano, dove quasi sempre esiste già una colazione curata in casa e spesso una relazione diretta con ristoranti e produttori del territorio. Sarebbe fuorviante presentarlo come una soluzione da importare così com’è.

Il principio che sta sotto, però, è lo stesso di cui avevo già scritto parlando del dibattito a porte chiuse tra i CEO dei principali PMS e i CIO delle grandi catene: ogni volta che un ospite spende denaro durante il soggiorno che noi gli abbiamo venduto, la domanda da porsi è chi controlla davvero quella transazione e quei dati. L’articolo lo dice esplicitamente: CAMO sta applicando alla spesa durante il soggiorno la stessa logica che il settore applica da anni alle prenotazioni dirette contro le OTA. Per un territorio come le Cinque Terre, dove la cucina locale, il vino e le esperienze enogastronomiche sono una parte fondamentale di quello che un ospite viene a cercare, questa logica ha un valore reale: ogni volta che un ospite ordina cibo, prenota un’esperienza o acquista un servizio locale passando fuori dal circuito della struttura, quella spesa e quei dati sfuggono sia a noi sia, spesso, ai produttori e ristoratori del territorio con cui potremmo costruire relazioni dirette più solide.

Il fondatore di CAMO parla di un’ambizione più ampia, quella che definisce uno strato di commercio interno alla camera d’albergo che nessuno ha ancora rivendicato, che comprende cibo, benessere, trasporti ed esperienze. È un modo di pensare che trovo utile anche per una piccola struttura come la mia: non necessariamente costruendo una piattaforma tecnologica, che per noi sarebbe fuori scala, ma tenendo a mente che ogni servizio che un ospite potrebbe acquistare durante il soggiorno, una cena in un ristorante del territorio, una degustazione, un’escursione, è un’occasione per costruire una relazione diretta con lui e con chi offre quel servizio localmente, invece di lasciare che passi interamente attraverso una piattaforma esterna che non restituisce nulla né a noi né al territorio.

FAQ

Cosa fa CAMO Hospitality per gli hotel americani?

Offre agli hotel un’esperienza di ordinazione cibo brandizzata con il proprio nome, gestendo dietro le quinte cucine partner e logistica di consegna, restituendo alla struttura una quota della transazione e i dati di acquisto degli ospiti, invece di lasciare quella spesa interamente ad app come DoorDash o Uber Eats.

Perché il precedente di Butler Hospitality è rilevante per valutare CAMO?

Perché Butler Hospitality aveva raccolto circa 50 milioni di dollari per un servizio simile di room service esternalizzato, cessando completamente l’attività nel 2022, un promemoria di quanto sia difficile far funzionare economicamente questo tipo di modello su scala nazionale.

Cosa può portare a casa un hotel indipendente italiano da questa notizia?

Il principio che ogni spesa dell’ospite durante il soggiorno, dal cibo alle esperienze locali, rappresenta un’occasione per costruire una relazione diretta con lui e con i produttori del territorio, invece di lasciarla passare interamente attraverso piattaforme esterne.

*immagine di copertina generata con l’AI