Hotel Management ha ripreso nelle settimane scorse i dati dell’ultimo Global Travel Confidence Index di Allianz Partners, secondo cui oltre un terzo degli americani che viaggeranno quest’estate, il 37%, sta usando o intende usare l’intelligenza artificiale per pianificare la propria vacanza, dalla scelta della destinazione ai consigli sui ristoranti, fino alla pianificazione del budget. Prima di tradurre questi dati per il nostro mercato, però, vale la pena guardare con attenzione a cosa dice davvero questo sondaggio, e soprattutto a cosa non dice.

I limiti della fonte, con onestà

Il primo limite è la provenienza: il sondaggio è stato commissionato da Allianz Partners, una compagnia che vende assicurazioni di viaggio, e realizzato da Ipsos su duemila uno adulti americani, intervistati in un’unica finestra temporale tra il 20 marzo e il 14 aprile. Non è un campione internazionale, non include l’Europa né tantomeno l’Italia, e buona parte delle domande, comprensibilmente vista la committenza, riguarda le funzionalità digitali assicurative desiderate dai viaggiatori, non il comportamento di prenotazione alberghiera. L’articolo di Hotel Management, pur pubblicato su una testata di settore alberghiero, di fatto non contiene un solo dato specifico sulla scelta dell’hotel, il che rende il titolo leggermente più ambizioso del contenuto reale.

C’è poi un dettaglio che mi ha colpita e che consiglio di guardare con la giusta dose di curiosità critica: lo stesso numero, 37%, di viaggiatori che usano l’AI per la pianificazione, è quello che avevamo già incontrato nel report di BCG sugli hotel AI-first che abbiamo commentato la settimana scorsa, dove si parlava di viaggiatori che usano assistenti AI integrati nei siti di viaggio. Le due fonti misurano cose leggermente diverse, con metodologie diverse, ma la coincidenza numerica è quantomeno degna di nota: può essere una convinzione che si sta consolidando nei dati di più fonti indipendenti, oppure il segno che certe cifre iniziano a circolare e a essere ricitate tra un report e l’altro senza verifica incrociata reale. Non ho elementi per stabilire quale delle due sia, e credo sia più onesto segnalarlo che ignorarlo.

Cosa dice il sondaggio sul bleisure, e perché è comunque interessante

Al di là dei limiti, un dato del sondaggio Allianz merita attenzione: il 28% degli americani intervistati dichiara di voler lavorare da remoto per qualche settimana durante un viaggio, e il 23% aspira a uno stile di vita da nomade digitale per diversi mesi. È la conferma, anche se solo sul mercato americano, che il bleisure non è più una nicchia per pochi consulenti in giacca e infradito, ma un comportamento diffuso che le strutture ricettive devono iniziare a considerare strutturalmente, non come eccezione.

Cosa manca, e come l’ho colmato

Qui però il sondaggio si ferma, e per un pubblico italiano serve integrare con dati del nostro mercato, che raccontano una storia per certi versi più solida di quella americana. In Italia gli smart worker hanno superato i 3,5 milioni nel 2025, secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, e i lavoratori autonomi rappresentano oltre il 20% dell’occupazione totale, una quota superiore alla media europea. Sono numeri che rendono il bacino potenziale di viaggiatori bleisure italiani tutt’altro che marginale.

Un secondo dato che arricchisce il quadro riguarda le strutture extralberghiere: secondo AirDNA, nel 2025 la durata media dei soggiorni negli affitti brevi ha raggiunto quasi cinque notti, un numero in crescita che conferma come chi lavora da remoto o combina lavoro e vacanza tenda a fermarsi più a lungo rispetto al turista tradizionale. Per chi gestisce, come me, anche un appartamento in affitto breve oltre a una struttura alberghiera, questo dato non è astratto: soggiorni più lunghi significano meno ricambio, meno costi di gestione per notte e una relazione diversa con l’ospite, che vale la pena coltivare con servizi pensati apposta, non semplicemente offrendo la stessa camera con un giorno in più.

Il terzo elemento che manca completamente nel sondaggio americano, e che invece è decisivo per capire l’Italia, è il limite strutturale che frena questa opportunità: il visto italiano per nomadi digitali, introdotto per attrarre proprio questo tipo di viaggiatori internazionali, viene descritto dal quarto Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia come ancora poco efficace, ostacolato da burocrazia e regole complesse. È un promemoria utile prima di lasciarsi prendere dall’entusiasmo per i numeri di crescita del settore: l’Italia ha davanti un’opportunità concreta di destagionalizzazione e valorizzazione delle aree interne attraverso il turismo di lunga permanenza legato al lavoro da remoto, ma la sta ancora affrontando, a livello di sistema Paese, con strumenti normativi immaturi.

Cosa porto a casa per il nostro lavoro quotidiano

Il consiglio pratico che trovo più solido, incrociando il sondaggio americano con i dati italiani, riguarda le infrastrutture minime che una struttura ricettiva dovrebbe garantire per intercettare questo tipo di ospite: connessione Wi-Fi realmente affidabile, non solo dichiarata, spazi comuni utilizzabili per lavorare con calma, e flessibilità nelle condizioni di soggiorno per chi si ferma più a lungo del solito. Sono investimenti alla portata di qualunque struttura indipendente, molto più della parte sull’intelligenza artificiale che pianifica vacanze, che resta per ora un dato interessante ma circoscritto al mercato americano e da prendere con la cautela che la fonte stessa impone.

FAQ:

D: Quanto è affidabile il sondaggio Allianz Partners su AI e viaggi?
R: Il sondaggio si basa su duemilauno adulti americani, non include l’Europa, ed è stato commissionato da una compagnia assicurativa, quindi molte domande riguardano funzionalità digitali assicurative più che comportamenti di prenotazione alberghiera.

D: Quanti smart worker ci sono in Italia?
R: Secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, gli smart worker in Italia hanno superato i 3,5 milioni nel 2025, con i lavoratori autonomi che rappresentano oltre il 20% dell’occupazione totale.

D: Il visto italiano per nomadi digitali funziona bene?
R: Secondo il quarto Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia, il visto resta ancora poco efficace a causa di burocrazia e regole complesse, limitando l’attrattività dell’Italia per questo tipo di viaggiatori internazionali.